Butteri della Maremma: i cavalieri che sfidarono Buffalo Bill
05/09/2026
Nella pianura maremmana, tra i pascoli salmastri della costa tirrenica e le colline boscose dell'entroterra toscano, si è sviluppata nel corso dei secoli una figura professionale che appartiene alla storia agraria italiana con la stessa precisione con cui il gaucho appartiene alla pampa argentina o il cowboy alle praterie nordamericane: il buttero. Uomo a cavallo per necessità prima ancora che per vocazione, il buttero ha guidato per secoli le mandrie di bovini e cavalli semibrada che costituivano la ricchezza economica delle grandi tenute pontificie e poi granducali della Maremma, affinando tecniche di controllo animale e capacità equestri che non devono nulla alle scuole di equitazione accademica e tutto all'esperienza accumulata giorno dopo giorno a contatto con animali difficili, terreni insidiosi e stagioni avverse.
La storia dei butteri della Maremma si intreccia con quella del territorio che li ha prodotti: una terra a lungo considerata insalubre, percorsa dalla malaria, scarsamente popolata e affidata per questo alla gestione delle grandi famiglie aristocratiche romane — i Caetani, i Borghese, i Torlonia — che vi mantenevano vaste proprietà amministrate attraverso i fattori e gestite sul piano zootecnico proprio dai butteri. La specificità del lavoro in Maremma non riguardava soltanto la conduzione del bestiame, ma comprendeva una conoscenza profonda del territorio, dei comportamenti animali in condizioni di semilibertà, e delle tecniche di cattura, selezione e marchiatura che si tramandavano oralmente di padre in figlio con la stessa cura con cui altrove si tramandavano i segreti di un'arte artigianale.
A rendere questi cavalieri celebri oltre i confini regionali fu un episodio preciso, datato e documentato: la sfida con Buffalo Bill, avvenuta a Roma nel 1890, che trasformò una categoria di lavoratori rurali in simbolo nazionale e consegnò la figura del buttero a una narrazione identitaria destinata a durare ben oltre il contesto storico che l'aveva generata. Comprendere quella sfida, però, significa prima capire chi erano davvero questi uomini, come lavoravano, e in quale contesto economico e culturale operavano.
Le origini della figura del buttero e il contesto della Maremma medievale e moderna
L'etimologia del termine rimane oggetto di discussione tra i linguisti: l'ipotesi più accreditata lo ricollega al latino medievale butyrum nella sua accezione di prodotto bovino, ma esistono interpretazioni che lo connettono a radici longobarde o a voci dialettali centromeridionali indicanti genericamente il mandriano; ciò che è certo è che la parola compare nei documenti amministrativi delle tenute maremmane almeno dal XVII secolo con un significato già stabilizzato, riferito specificamente all'uomo a cavallo incaricato della gestione delle mandrie allo stato brado. La Maremma di quei secoli era un territorio di frontiera nel senso più concreto del termine: le bonifiche sistematiche erano di là da venire, le paludi costiere alimentavano endemie malariche che scoraggiavano l'insediamento stabile, e l'unico sistema economicamente sostenibile per valorizzare quei pascoli era l'allevamento estensivo di razze robuste, capaci di sopravvivere con poca assistenza umana. I bovini maremmani — la razza che porta il nome del territorio, con il suo mantello grigio e le corna lunghe e curve — e i cavalli della stessa area si erano adattati in secoli di selezione naturale a condizioni che avrebbero decimato razze più delicate, e richiedevano per essere gestiti uomini capaci di operare alla loro stessa quota: in sella, a velocità sostenuta, con strumenti essenziali.
Lo strumento principale del buttero era — ed è ancora, nella forma residuale in cui questa figura sopravvive — il mazzarello, un bastone lungo tra il metro e mezzo e i due metri, terminante con un puntale metallico, usato per dirigere gli animali, per difendersi, per appoggiarsi durante le soste; a differenza del lazo nordamericano o del laço sudamericano, il buttero non catturava il bestiame con strumenti di lancio ma lavorava in prossimità degli animali, sfruttando la conoscenza dei comportamenti gregari e la capacità del cavallo addestrato di anticipare i movimenti del bestiame. Questa differenza tecnica non è secondaria: spiega perché la sfida con il circo americano di Cody fosse percepita dai contemporanei come un confronto tra sistemi diversi, non semplicemente tra abilità individuali.
La struttura del lavoro zootecnico nelle grandi tenute
L'organizzazione del lavoro nelle tenute maremmane seguiva una gerarchia interna precisa, all'interno della quale il buttero occupava una posizione intermedia ma strategica: al vertice stava il fattore, rappresentante del proprietario assenteista, con competenze amministrative e contabili; sotto di lui operavano i butteri veri e propri, organizzati in squadre che presidiavano settori diversi della tenuta, con responsabilità specifiche su determinati capi di bestiame. Le mute, le grandi radunate stagionali del bestiame per la marchiatura, la selezione e il conteggio, erano momenti collettivi che richiedevano la collaborazione di più squadre e rappresentavano occasioni di verifica delle competenze individuali, oltre che eventi di coesione sociale per una comunità lavorativa altrimenti dispersa su territori vastissimi. Il buttero lavorava spesso in condizioni di isolamento prolungato, pernottando nelle capanne sparse per la tenuta, costruzioni circolari di materiali vegetali che saranno poi documentate fotograficamente e etnograficamente a partire dalla fine dell'Ottocento, quando l'interesse folkloristico per le culture rurali "marginali" comincerà a produrre archivi sistematici.
La stagionalità determinava i ritmi del lavoro: le transumanze verso i pascoli estivi dell'entroterra, i ritorni autunnali verso le aree costiere più riparate, le operazioni di alpeggio e monticazione che coinvolgevano talvolta anche il confine con il Lazio. In questo quadro, il cavallo non era uno strumento di lavoro sostituibile con altro ma una presenza quotidiana con cui si costruiva nel tempo un rapporto di comprensione reciproca che i butteri descrivevano — e descrivono ancora oggi i pochi rimasti — in termini che sfuggono alla categoria tecnica e si avvicinano a qualcosa di più difficile da codificare: una capacità di lettura dell'animale che presuppone anni di osservazione e una forma di attenzione sensoriale difficilmente trasferibile attraverso l'istruzione formale.
La sfida con Buffalo Bill: dinamiche e contesto dell'episodio del 1890
William Frederick Cody, noto al pubblico internazionale come Buffalo Bill, portò il suo Wild West Show a Roma nella primavera del 1890, nell'ambito di una tournée europea che aveva già toccato Londra, Parigi e altre capitali, riscuotendo ovunque un successo considerevole grazie a uno spettacolo che metteva in scena con efficacia narrativa la mitologia della frontiera americana: cavalieri, tiratori scelti, rievocazioni di scontri con i nativi, dimostrazioni di abilità equestri. La presenza del circo americano nella capitale italiana generò reazioni diverse: entusiasmo popolare, curiosità aristocratica, e — tra chi conosceva la tradizione equestre e zootecnica maremmana — una certa irritazione per l'implicita pretesa di superiorità dei cowboys americani rispetto a qualunque tradizione europea analoga. Fu in questo clima che un gruppo di butteri, guidati dalla figura che le fonti indicano prevalentemente come Augusto Imperiali, accettò di confrontarsi con i cavalieri di Cody davanti al pubblico romano.
Le testimonianze dell'epoca, raccolte da cronisti e poi sedimentate nella memoria orale e nella pubblicistica locale, convergono su un risultato favorevole ai butteri maremmani, che avrebbero dimostrato capacità di domare cavalli selvaggi superiori a quelle dei cowboys americani; la prudenza storica impone di considerare che queste fonti sono quasi tutte di parte e che Cody stesso, nella sua autobiografia e nelle comunicazioni stampa del tour, non registrò l'episodio come una sconfitta rilevante. Ciò che è storicamente rilevante non è tanto il risultato della sfida — verificabile solo approssimativamente — quanto la sua funzione simbolica: in un'Italia che stava elaborando la propria identità unitaria e cercava nelle tradizioni regionali i mattoni di una cultura nazionale condivisa, i butteri della Maremma offrivano un'immagine di virilità rurale, competenza pratica e radicamento territoriale che si prestava perfettamente alla costruzione di un mito.
La rappresentazione culturale e il processo di mitizzazione
La fotografia, la pittura di paesaggio e il nascente interesse etnografico contribuirono tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento a fissare l'immagine del buttero in una forma visiva riconoscibile: il cappello a tesa larga, il giubbetto di pelle, il mazzarello, il cavallo maremmano dal mantello scuro, lo sfondo di macchia mediterranea o di palude. Pittori come Giovanni Fattori, che alla Maremma e ai suoi lavoratori dedicò alcune delle opere più intense della sua produzione, contribuirono a costruire una rappresentazione estetica della figura che ne enfatizzava la dignità silenziosa e la perfetta integrazione nell'ambiente naturale; queste immagini circolarono poi in contesti molto diversi da quello della pittura di storia, raggiungendo il grande pubblico attraverso le illustrazioni dei giornali e, più tardi, le prime produzioni cinematografiche italiane ambientate in paesaggi rurali.
La mitizzazione ha avuto effetti ambivalenti sulla comprensione storica: da un lato ha garantito la sopravvivenza della memoria di una categoria lavorativa che sarebbe altrimenti scivolata nell'oblio con la fine delle grandi tenute e la meccanizzazione dell'agricoltura; dall'altro ha sovrapposto alla realtà concreta del lavoro zootecnico uno strato di narrazione eroica che tende a oscurare le condizioni materiali in cui i butteri operavano — la precarietà contrattuale, la durezza fisica del lavoro, l'esposizione alle malattie endemiche, la dipendenza dal giudizio del fattore e dalla volontà del proprietario assenteista.
La situazione attuale e la trasmissione della tradizione equestre maremmana
La figura del buttero professionale nel senso storico del termine è oggi pressoché scomparsa, sostituita da una combinazione di meccanizzazione zootecnica, riduzione delle superfici a pascolo brado e trasformazione fondiaria che ha cambiato radicalmente la struttura delle aziende agricole della Maremma toscana e laziale; sopravvivono però contesti in cui le tecniche tradizionali vengono praticate e tramandate, spesso all'interno di associazioni culturali o di aziende agrituristica che hanno trovato nella figura del buttero un elemento identitario da valorizzare sul piano turistico senza necessariamente ridurlo a folklorismo. Le rievocazioni della sfida con Buffalo Bill, che si tengono periodicamente in varie località della Maremma — con una concentrazione particolare intorno a Grosseto e alla zona di Alberese, dove sopravvive uno degli ultimi nuclei di allevamento semibrado gestito con metodi tradizionali —, hanno una funzione che va oltre il semplice spettacolo: mantengono viva una competenza corporea, quella del lavoro a cavallo con il mazzarello, che diversamente rischierebbe di dissolversi nel giro di una generazione.
Ciò che rende la storia dei butteri della Maremma ancora rilevante per chi si occupa di cultura materiale, storia del lavoro o patrimonio immateriale non è il singolo episodio della sfida con Cody — per quanto quell'evento abbia avuto una funzione catalizzatrice importante — bensì la stratificazione di saperi pratici, adattamenti ambientali e forme di organizzazione sociale che questa figura incarna; una stratificazione che la ricerca storica e antropologica degli ultimi decenni ha cominciato a documentare con strumenti più rigorosi di quelli disponibili alla tradizione folklorica ottocentesca, restituendo alla storia dei cavalieri maremmani una complessità che la narrazione mitica aveva necessariamente appiattito.
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Fabiana Fissore è web editor e creator di contenuti dedicati a lifestyle urbano ed eventi locali. Racconta la città con uno stile fresco e coinvolgente, a stretto contatto con il territorio.